‘Se la fortuna e’ nostra’

1299499779022_e1f143f6425faf227b16bc04c0b55dd0.jpgPotrebbe sembrare semplicemente la storia di una famiglia, di un nonno come emblema di un mondo contadino, legato alla terra, che finisce, ma in realtà è molto di più, è la metafora aspra, dura, dolce, di una rigenerazione, di una rinascita, di una trasformazione dolorosa e meravigliosa assieme. Quella di un uomo che sta vivendo un momento molto difficile e scrive le vicende della sua famiglia per ritrovare il bandolo di se stesso, e quella di tutto un mondo, una civiltà tra vendemmie e caccia, scandito da nascite, matrimoni e morti. Morti soprattutto, a cominciare da quella del padre del narratore, scomparso quando lui aveva meno di due anni, poi molti anni dopo da quella del nonno, che ne aveva preso le parti.

Un romanzo di dolore quindi, ma talmente aggrappato, in maniera quasi fisica, alla sua elaborazione, che diventa un racconto di salvezza, sostanzialmente luminoso e spirituale, facendo rivivere i morti, ovvero rendendoli “anime belle” vive talvolta più degli stessi vivi, “poveri e superstiti” che cerca di riunire in un grande, simbolico banchetto comune. Lutti, assenze, mancanze gravi da recuperare per continuare a vivere, a crescere oltre le quattro infanzie (una col padre, la seconda solo con la madre, la terza col nuovo compagno della madre, la quarta dopo la morte anche di questi) che Aurelio Picca dice di aver vissuto, visto che l’autore si espone in prima persona, come io narrante, senza ripari, spudoratamente quasi a provocare, ma assieme pronto a difendersi strenuamente, a resistere nella pagina e davanti al lettore. Il suo è quindi un romanzo, un raccontare fatto di sangue e terra, di carne e sogni, di violenza e miele, di amore e selvatichezza, di dolore e ali, quelle del’Arcangelo Michele, fatte per proteggere e per librarsi oltre. Quel San Michele cui Arcangelo, che è il nome del nonno del nonno, era laicamente devoto e una reliquia delle sue ali (schegge dorate di una statua di legno fatta a pezzi in un momento di rabbia) passa di mano in mano sino a arrivare al piccolo Aurelio, “segno del comando” di Colle di Pietra. E’ questa la casa di famiglia nell’Agro Pontino, in vista dei monti Lepini, che è anch’essa al centro di questa storia, e cui il nonno è aggrappato con le unghie, quelle che lo aiutavano da ragazzino a arrampicarsi lungo il muro sino al primo piano.

“Mi sono reso conto che è inutile tornare qui, da vivi, a banchettare con i morti – si legge verso la fine – Loro fanno da soli. Possono giusto tenermi per mano per scrivere le ultime pagine di questo libro”. Sono le pagine in cui si svelano alcuni misteri, si chiariscono alcuni segni che ci hanno accompagnato sin dal principio, compresa la storia dei tre omicidi di Arcangelo e di come si salvò dalla galera. Perché questa confessione incomprimibile, per questo un po’ strabordante nell’inseguire particolari e momenti marginali, questo diario di una catarsi con tutta la sua verità, è un vero romanzo, costruito come tale, raccontato con quella struttura e quei segni di fantasia che gli sono propri, assieme a una lingua pulsante, viva, concreta, ma capace anche di essere visionaria. Si vedano i racconti del nonno sotto l’arancio davanti casa e il suo incitare il nipote a scrivere la sua storia; certe figure femminili a cominciare da zia Rosa; il racconto di quello che stavano facendo, uno per uno i personaggi della famiglia, nel momento in cui morì la piccola cuginetta (per le ustioni di un abitino che prende fuoco), come distratti dalla vita quotidiana, mentre si compie rapida la tragedia in una cucina vuota.

‘Se la fortuna e’ nostra’ultima modifica: 2011-03-12T01:29:23+00:00da libriforever
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