‘Vestire degenere’

1290426838606_3e9beb46f91c9f4ebe6f0f24db738922[1].jpgROMA – Il vestito, il trucco, lo stile, raccontano le abitudini, la vita, la personalita’ di ognuno di noi. Con questo assunto l’antropologa Alessandra Castellani, introduce il suo saggio sulla moda e le culture giovanili: Vestire degenere. Nel testo l’autrice racconta il percorso della moda e del costume, che nell’arco di cento anni – scrive – ”ha ampliato a dismisura quella linea di confine tra maschile e femminile creando una zona liminale, ibrida, fertile e sempre piu’ composita, dove convivono e si segmentano butch, bear, drag queen, gay, gothic, emo, queer-bi, trans e quant’ altro”.

”Le cesure piu’ profonde con il passato – prosegue – sia nell’alta moda che nelle culture giovanili del vestire si fondano infatti sulla rinegoziazione e sulla messa in discussione dell’ identita’ di genere. Ma il confine di genere e’ parte costitutiva dell’assetto sociale. La moda, l’innovazione nello stile si configurano quindi a partire dal continuo spostamento dello spartiacque tra il maschile e il femminile, con l’appropriazione indebita di uno o piu’ segni tradizionalmente pertinenti a un sesso da parte di un sistema di segni proprio del segno opposto. Cosi’, nel 1926, ”il sobrio tailleur nero di Coco Chanel diventa una scelta innovativa in termini di moda perche’ rinegozia l’identita’ femminile prendendo a prestito uno stile, un taglio e colori fino ad allora considerati maschili”.

Circa ”sessant’anni dopo Jean Paul Gaultier opera nel 1984 un’operazione opposta a quella della stilista francese introducendo la gonna in una collezione maschile”. L’autrice ricorda che negli anni ottanta, oltre alle novita’ dei tailleur maschili per le donne manager, si fa avanti una comunita’ gay che conquista la ribalta nella ridefinizione del gusto. Anche se, ”le innovazioni nell’abbigliamento femminile sono spesso piu’ facili, meno irruente o rivoluzionarie di quelle introdotte nel modo di vestire maschile tramite elementi tradizionalmente considerati femminili, che siano la gonna, l’uso di colori vivaci, gli stivali argentati con i tacchi alti e i capelli lunghi”. I primi a sovvertire cio’ che viene definito maschile o femminile sono i gruppi giovanili inglesi, i mods e soprattutto gli hippies, in un’epoca, gli anni Sessanta, in cui la giovinezza diventa un forte elemento di identificazione e coesione sociale.

L’autrice ricorda infatti che ”il facile e ottuso liquidare i cosiddetti capelloni da parte degli adulti con il ritornello ‘ma e’ maschio o femmina’? rimarca il fatto che la prima cosa che si definisce quando s’incontra una persona e’ il genere di appartenenza”. Negli anni ’60 lo sconfinamento dei generi ha avuto molte interpretazioni graffianti tra gli stilisti dell’epoca: dagli smoking per donna di Yves Saint Laurent, alle collezioni di Andre’ Courreges e di Pierre Cardin, al monokini di Rudi Gernreich”. Ma nel 1972 e’ David Bowie con il suo Ziggy Stardust, vestendosi con uno stile androgino e bisex a mettere metaforicamente i piedi in un territorio che non e’ suo. Crea un identita’ ibrida, anticipando o recuperando l’ underground newyorkese legata alla figura di Andy Warhol, un mondo fatto di drag queen e di pop star che a lui si sono ispirate, come Boy George.

L’autrice passa poi al periodo punk, che nella moda femminile si appropria di codici fetish, mentre gli uomini cominciano a truccarsi pesantemente. Sulla scia del post punk l’adozione di codici vestimentari androgini da parte dei gothic rimanda a una sensibilita’ un tempo pensata Di appannaggio esclusivo femminile. ”Il rifiuto dei fondamenti biologici, soprattutto dagli anni Novanta – scrive infine l’autrice – ha determinato uno smottamento culturale, non solo a colpi di tacchi vertiginosi e di make up usati impropriamente”.

‘Vestire degenere’ultima modifica: 2010-11-27T20:58:00+00:00da libriforever
Reposta per primo quest’articolo