‘Vite di carta’

2010100411371010_20101004[1].jpgLe ‘vite di carta’ sono quelli degli ebrei stranieri internati in Italia dal fascismo durante le persecuzioni razziali e la guerra. ‘Vite di carta’ perché le loro esistenze tornano alla luce quasi esclusivamente attraverso i documenti custoditi nei documenti d’ archivio. Quelli di cui racconta Pizzuti sono gli ebrei internati a San Donato Val Comino un paesino della provincia di Frosinone, Italia profonda tra Cassino e Sora.

Prevalentemente sedici in tutto la cui storia s’ interrompe bruscamente il 6 aprile del 1944, poco prima della rottura del fronte a Cassino il 18 maggio. Saranno trasferiti nel carcere di Regina Coeli a Roma, poi a Fossoli, campo di detenzione e transito, in provincia di Reggio Emilia e infine ad Auschwitz. Ne resteranno in vita soltanto quattro. Gli uomini e le donne di San Donato Val Comino erano in prevalenza ebrei tedeschi, austriaci, polacchi e ungheresi, scappati dai loro paesi o all’avvento del nazismo o all’arrivo delle armate nazionalsocialiste. La loro persecuzione – due mesi prima di quella degli ebrei italiani – era cominciata il 7 settembre del 1938 con il regio decreto legge 1381 che vietava agli stranieri ebrei (circa 9.000 secondo i dati del censimento fascista) di permanere nei territori del Regno, della Libia e dei Possedimenti dell’Egeo e di lasciare quei territori entro sei mesi dalla pubblicazione del decreto. Con lo scoppio della guerra, coloro che non erano riusciti a lasciare il paese e quelli che senza sapere dove altro andare arrivarono lo stesso in Italia (e furono in molti), furono arrestati e internati in quanto “appartenenti a stati che fanno politica razziale”. La prima fase della ‘reclusione’ – ricostruisce l’autrice del libro – fu “in definitiva accettabile” rispetto a quello che accadeva agli ebrei rimasti in Germania e nei paesi sottomessi al nazismo. Lo spartiacque fu la caduta del fascismo, la nascita della Repubblica di Salò e l’arrivo dei tedeschi nel 1943.

San Donato Val Comino, in quanto comune di Frosinone, era parte della Repubblica di Salò e gli internati furono sottoposti alle leggi razziali della Repubblica di Salò che bollavano gli ebrei (tutti) come “appartenenti a razza nemica”. In questo, i sedici del piccolo centro del frusinate hanno conosciuto la sorte più larga degli ebrei italiani: lo racconta Gertrude Adler, una delle internate ad essere sopravissuta, nella testimonianza citata da Anna Pizzuti. Soltanto grazie a lei quella vita ‘di carta’ riassume la sua densità originale, mediata dai documenti della persecuzione. Eppure nel libro è la burocrazia, paradossalmente, a fare la parte del leone: all’inizio è un meccanismo stritolante che marca l’individuo, dopo diventa incancellabile strumento di memoria di ciò che è stato, nonostante le distruzioni e gli occultamenti. Anzi – dice chiaramente il volume – la documentazione diventa la dimostrazione che “questo è stato”.

‘Vite di carta’ultima modifica: 2010-10-06T15:23:06+00:00da libriforever
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