“Donne, vodka e gulag”

0100805121150428_20100805[1].jpgCosa sarebbe successo se Diego Armando Maradona fosse finito nel girone infernale dei desaparecidos sotto la dittatura militare argentina? Il mondo avrebbe perso il suo campionario di finte e dribbling impossibili in mezzo al campo. E di follia e irresolutezza fuori dal rettangolo verde. Una situazione impossibile da immaginare, se non fosse già realmente successa nella Russia del dopo Stalin. Siamo nella seconda metà degli anni ’50, sulle maglie della nazionale campeggia ancora la scritta CCCP e si sta facendo prepotentemente strada un giovane dal talento immenso e dal carattere ancora piu’ imprevedibile: Eduard Streltsov, punta della Torpedo Mosca, squadra minore imparentata con la Zil, la fabbrica di automobili di Stato e in procinto di lanciare la sfida ai club che sino ad allora dominavano il calcio sovietico: la Cska dell’Armata Rossa e la Dinamo del Kgb. A soli 18 anni, in una storica semifinale olimpica del 1956 contro la Bulgaria, Streltsov si caricò sulle spalle la sua nazionale, ridotta di fatto in nove per gli infortuni, e segnò due gol nei supplementari. Per vedersi poi escluso dalla finale per un’assurda scelta tecnica. Niente medaglia d’oro: quella, per le altrettanto assurde regole russe, spettava solo a chi aveva calcato il campo in finale. “Tienila tu, vincerò molti altri trofei”, rispose Streltsov al compagno che, con sguardo colpevole, gli offriva la sua. E fino all’estate del 1958 il pronostico di ‘Edik’ sembrava azzeccato. La sua fama cresceva, merito anche del suo colpo di tacco, che ancora oggi in Russia si chiama ‘Colpo alla Streltsov’. Ma insieme alla fama presso il pubblico, cresceva anche l’insofferenza dell’establishment russo verso questo giocatore che rifiutava l’idea dell’uomo nuovo socialista, si vestiva all’occidentale, fumava troppe sigarette, beveva troppa vodka e piaceva troppo alle donne. Sfruttando proprio queste due debolezze, nel maggio del 1958 venne orchestrato un processo truffa, che vide Streltsov accusato di stupro e condannato, dopo soli due giorni e sulla base di prove sommarie, a 12 anni di lavori forzati in un gulag. Il Pelé russo, come era già soprannominato, non poté così sfidare il vero Pelé in Svezia, dove l’allora 18enne fuoriclasse brasiliano si mise per la prima volta in mostra di fronte al mondo intero. La condanna fu poi dimezzata e Streltsov, dopo due anni dall’uscita dal gulag, riuscì anche a tornare a giocare e vincere, arrivando nuovamente fra i primi 10 nelle classifiche del Pallone d’Oro. Ma ormai il fisico era debilitato e Streltsov disse addio al calcio giocato a 33 anni, per spegnersi poi a soli 53, solo dopo aver giurato alla propria famiglia di essere innocente di quel reato che gli distrusse prima la carriera e poi la vita.

“Donne, vodka e gulag”ultima modifica: 2010-08-11T23:58:43+00:00da libriforever
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